Roma, 10 Settembre 2008

 

ALE’ MANNO

 

La scorsa settimana il Sindaco di Roma ha inviato a “La Repubblica” che l’ha pubblicata sabato 6 c. m., la lettera che di seguito riportiamo:

 

PerchE' non voglio fare quel parcheggio al Pincio

 

Caro direttore, credo che sia giunto il tempo di por­tare a conclusione un di­battito, quello sulla costruzione del parcheggio del Pincio, che sta coinvolgendo e appassionando sempre più vasti strati della società civile. Il sindaco di Roma e la giunta comunale nel suo complesso dovranno esprimersi con una memoria di giunta fondata non solo sui nostri intendimenti politici ma anche sulla legittimità che discende dalla continuità dell'azione amministrativa.

Sono due aspetti diversi che non possono essere confusi da chi in buona fede vuole difendere gli interessi incomprimibili della nostra città.

Comincio dalla volontà politica del sottoscritto: io non ritengo che sia opportuno procedere alla co­struzione di questo parcheggio. Questa convinzione discende da una corretta applicazione del "principio di precauzione" che deve sovrintendere a tutte le decisio­ni in materia di tutela ambientale, artistica e archeologica.

Questo principio ci insegna che quando si interviene su un luogo particolarmente delicato e prezio­so come il Parco del Pincio bisogna tenere presente non soltanto le condizioni tecniche del progetto, ma anche gli impatti presenti e fu­turi che questo intervento pro­durrà nel contesto circostante. Facciamo un esempio: quando si costruì 30 anni fa il parcheggio del Galoppatoio fu garantito ai romani che tale opera non avrebbe intac­cato in maniera significativa quel­ lato incantevole di Villa Borghese e indubbiamente ogni sforzo fu fatto in questo senso dai costruttori di allora.

Andate oggi a vedere come è ri­dotto il lato del Galoppatoio investito dall'intervento: una landa desolata in cui la presenza sotterra­nea, del parcheggio è fin troppo manifesta non solo attraverso le prese d'aria ma anche dall'emer­sione dal sottosuolo della massa di calcestruzzo.

Trasliamo questa immagine su un contesto molto più delicato e prezioso come quello del Pincio: chi ci garantisce che fra 5, 10 o 20 anni assestamenti strutturali, carenze di manutenzione, cambi di destinazione d'uso non turbino in maniera irreversibile quel conte­sto? Neppure gli attuali accorgi­menti tecnici annullano, nelle pre­visioni, gli "affioramenti" del par­cheggio quali prese d'aria, griglie di emergenza e gallerie di accesso. Il Pincio è prima di tutto un giardino storico, un parco urbano e, come tale, è tutelato dalla Carta dei Giar­dini Storici (del 15 dicembre 1982) in cui si raccomanda che"ogni mo­dificazione dell'ambiente fisico che possa essere dannosa per l'e­quilibrio ecologico deve essere proscritta". Al di là di sentimenti profondi di "sacralità" di molti luo­ghi romani che ci spingerebbero a desiderare che sotto la terrazza del Pincio ci sia l’antico tufo di quella collina e non un vero e proprio “pa­lazzo” sotterraneo di 7 piani in cal­cestruzzo, nulla ci assicura che questa ingombrante presenza non riemerga nel tempo in tutta la sua estraneità ad un contesto ambien­tale come quello di un parco storico. In più, nel definire l’equilibrio del buonsenso e della precauzio­ne, c'è la non indispensabilità dell’opera pubblica progettata: i 700 posti auto pertinenziali possono essere utili per diminuire il nume­ro delle auto parcheggiate nel Tri­dente, ma la loro realizzazione non risulta risolutiva per la mobilità di questa zona di Roma, obbiettivo che può essere perseguito con so­luzioni alternative forse ancora più efficaci come l'ampliamento del parcheggio del Galoppatoio di cui parlavamo prima.

Se correre rischi per un'opera pubblica indispensabile può esse­re comprensibile, non può certa­mente esserlo per qualcosa che in­dispensabile non è, in mancanza di uno studio organico sulla mobilità romana.

Quindi la scelta politica dovreb­be a nostro avviso andare sicura­mente verso l'abbandono del pro­getto del Pincio e l'ampliamento del parcheggio già esistente al Galoppatoio, ottenendo tra l'altro una equivalente o addirittura mag­giore redditività, economica se­condo quanto risulta dai primi ap­profondimenti dei nostri uffici tec­nici. Tuttavia per perseguire que­sto obbiettivo politico dopo le scel­te già compiute dall'amministra­zione che ci ha preceduto è necessario un cambiamento forte sul versante delle autorizzazioni previste dall'iter amministrativo.

Dopo che il ministro dei Beni Culturali ha espresso le nostre stes­se preoccupazioni, si ripropone la possibilità di una riconsiderazione da parte delle sovrintendenze dei pareri vincolanti che sono stati espressi non solo dal punto di vista archeologico ma soprattutto da quello ambientale e monumenta­le. Sono queste autorità, nella loro autonomia che ci devono dire se esistono condizioni sufficienti per revocare l'appalto senza incorrere nell'illecito amministrativo. Men­tre i nostri uffici stanno comple­tando tutte le istruttorie per valuta­re ogni aspetto di questa comples­sa questione, è necessario che ci sia un'attenta considerazione da par­te di chi è chiamato più di ogni al­tro a tutelare il nostro patrimonio ambientale, monumentale ed ar­cheologico.

 

Veltroni, incapace di tenere botta, ha dato del “barbaro” a chi…non vuole levare dal Centro le auto.

Va detto e precisato, a questo punto, che il parcheggio in questione accoglierebbe solo 72, diconsi settantadue, veicoli circolanti mentre ben 654 posti auto sarebbero destinati ad essere acquistati da residenti.

Questi ultimi, in buona sostanza, potrebbero con spesa relativamente modica incrementare a dismisura il plusvalore del proprio immobile che, già oggi, spunta quotazioni astronomiche per metro quadro.

Ciò poco importando, con solare evidenza, a Veltroni e Co. la contestuale distruzione di giacimenti archeologici la cui entità, finora rivelatosi cospicua, è ancora lontana dall’essere compiutamente definita.

Stando così le cose ci aspettiamo che il Sindaco non demordi.

Il complesso politico affaristico che è stato il vero deus ex machina della Giunta Veltroni è sceso, in questi giorni, massicciamente in campo per premere ed influenzare le decisioni della Giunta Alemanno.

Siamo certi, però, che nonostante le trinotonanti esternazioni di un Pambianchi e di un Giammaria – gabellati da certa stampa cittadina come unici rappresentanti del commercio romano associato – o le sussiegose quanto impacciate precisazioni dense di distinguo di Adriano La Regina, il Sindaco non si lascerà minimamente condizionare e tirerà dritto per la propria strada.

A noi, cittadini con a cuore il destino di Roma, non rimane che attendere fiduciosi magari scandendo come incoraggiamento:

ALE’ GIANNI, ALE’ MANNO.

                                                                                                IL PRESIDENTE

 

 

 

 

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