Roma, 17/02/2010

 

Pompa tu che pompo io!

 

Scorrendo la “mazzetta” per la rassegna stampa quotidiana, arrivato al “Tempo”, in cronaca di Roma, la mia attenzione è stata attratta da uno specchietto che riporta il numero delle aziende che ogni organizzazione di categoria ha “autocertificato” come proprie iscritte per concorrere alla ripartizione dei seggi nel Consiglio della CCIAA di Roma. L’occhio è corso a verificare – comprensibile riflesso – i numeri forniti dall’Organizzazione in cui ho militato per 18 anni con compiti di dirigente.

Sono allibito!

A meno che il proto non abbia commesso un errore, poche centinaia di iscrizioni sono diventate decine di migliaia.

La cosa, di per se sconcertante, coincide con le recenti polemiche circa l’effettiva consistenza della UGL e dimostra che le “autocertificazioni” necessitano di essere seriamente riscontrate incrociando i dati forniti dalle Associazioni con elementi oggettivi quali le deleghe sottoscritte o i contributi effettivamente versati dagli associati.

Viene il dubbio che il “pompaggio” dei dati sia un fatto usuale e generalizzato per cui, in mancanza dei doverosi e reali controlli di cui sopra, l’assegnazione dei seggi nel Consiglio CCIAA diventa il frutto di accordi sottobanco e “finte liti” poste in essere per strappare qualche posto in più.

Inoltre l’autocertificazione, in una materia così delicata (la CCIAA amministra una fantastica quantità di euro rinvenienti dalle contribuzioni delle aziende), qualora fosse non corrispondente alla realtà integrerebbe di per se fattispecie da codice penale; Non sarebbe il caso che qualche PM – se ancora ce ne è uno non troppo occupato a dare addosso al Silvio nazionale – incominciasse a porsi e porre domande?

Ove si consideri, poi, che il sistema della “autocertificazione” vige per la ripartizione dei seggi nei Consigli di quasi tutte le CCIAA italiane viene il sospetto che il “pompaggio” degli iscritti sia un fenomeno non circoscritto alla sola Roma.

Ce n’è d’avanzo per andare al fondo della questione ed evitare che i miliardi di euro pagati dalle aziende come contributi camerali siano amministrati da soggetti che, in mancanza di titoli di legittimità, sono solo dei “millantatori”.

Dubito, purtroppo, che queste mie righe abbiano un qualsiasi seguito: ormai in Italia la democrazia, quella senza aggettivi e senza connotazioni di destra o di sinistra, è cosa invisa alle molteplici caste ed oligarchie che quotidianamente e trasversalmente ci affliggono.

 

GUIDO CAMPOPIANO

 

Di seguito riporto lo “specchietto” del TEMPO

 

 

 

 

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