La nota di Marforio*

                                     

07.V.2014

 

 

 

 

DISONORE ED INFAMIA

 

 

Rifà capolino l’annosa storia del rientro in Italia delle salme dei Savoia.

     Affronto l’argomento perché mi riguarda come italiano.

Oggi nel Pantheon “riposano” Vittorio Emanuele II ed Umberto I.

     Il primo, omaggiato dalla propaganda post unitaria come il “Re galantuomo” fu colui che, forte dell’appoggio della massoneria inglese ed utilizzando cinicamente come strumento più o meno consapevole Garibaldi, usurpò il regno al proprio nipote e depredò il nostro meridione sprofondandolo in un abisso dal quale ancora oggi non riesce ad emergere.

     Il secondo, talis pater talis filius, non si fece scrupolo di scatenare a Milano la più cruenta repressione antipopolare della nostra storia e premiare con la nomina a senatore il gen. Bava Beccaris che quella repressione aveva messo in atto.

     Mi vien di pensare all’appellativo di “Re buono” riservatogli dalla stampa del tempo come ad un tentativo mal riuscito di fare dell’ironia.

     Umberto cadde per mano di un terrorista anarchico che, nel primo anno del secolo scorso, gli scaricò addosso il proprio revolver.

     Il successore, Vittorio Emanuele III, penalizzato nel fisico perché nato da un matrimonio tra consanguinei, iniziò il proprio regno all’insegna della pacificazione nazionale.

     Durò fino al 1915.

     La natura cinica e prevaricatrice del nuovo re si rivelò con le “radiose giornate di maggio” quando, disattendendo la maggioranza parlamentare neutralista, immerse – lo Statuto Albertino purtroppo glielo consentiva – la nazione in quel bagno di sangue che fu la grande guerra.

    Seicentomila morti dopo, il “piccolo re” spalancò le porte dello stato a quelle camice nere che Mussolini – bontà sua – aveva evitato di fare accampare nell’aula “sorda e grigia” di Montecitorio.

    Dal fascismo, Vittorio Emanuele accettò senza remore gli onori (Re imperatore dopo l’Abissinia e la corona di Albania) accumulando tuttavia un sordo rancore con il Duce che culminò con l’arresto di Mussolini a Villa Savoia; la stessa regina Elena ritenne un autentico atto brigantesco il trattamento riservato dal consorte al suo Primo Ministro.

    Il vero animo del re si manifestò per intero dopo l’8 settembre ’43; coinvolto da Badoglio (un altro piemontese!) in un armistizio rovinoso ed ignominioso, pensò bene di fuggire – letteralmente “squagliò” con cassa, famiglia e compagni di merenda - a Brindisi per mettersi sotto la protezione degli anglo-americani e sfuggire alla prevedibile rabbiosa rappresaglia dell’alleato tedesco.

    Il capo supremo delle Forze Armate, il Primo Maresciallo dell’Impero, Sua Maestà il Re Imperatore Vittorio Emanuele III tagliò la corda lasciando allo sbando la nazione, le forze armate e la capitale.

    Parce sepulto!

    Infierire sui morti è inutile quanto impietoso, tuttavia non si può nemmeno consentire che misfatti come quelli sopra descritti vengano abbuonati more napulitano (chi ha avuto ha avuto…..).

     Sarebbe quindi opportuno – per amore di giustizia – incominciare a considerare l’opportunità di traslare le salme di Vittorio Emanuele II e di Umberto I dal Pantheon per inumarle magari in Savoia ad Haut Combe ove da sempre vengono sepolti gli appartenenti alla dinastia.

     A dirla tutta ci sono altri due Savoia, il re di maggio Umberto II ed il cugino Amedeo di Savoia Aosta che richiedono una ben diversa considerazione.

     Il primo ha avuto il grande merito di accettare, pur sapendolo taroccato, l’esito del referendum “monarchia o repubblica” ed ha preferito andare in esilio per evitare che la Nazione ripiombasse in quella guerra civile che – sotto l’immaginifico nome di “resistenza” – gli italiani avevano appena finito di combattere tra loro.

     Il Duca d’Aosta, generale d’armata aerea, rispettato come pilota e comandante, fu l’ultimo Viceré d’Etiopia e condusse un’eroica resistenza sull’Amba Alagi guadagnando a se ed alla Patria il rispetto del nemico.

     Se i resti di questi due Savoia fossero inumati nel Pantheon sarei tra i primi a porre sulla loro tomba un fiore.

     Nulla contro, quindi, al rientro in Italia dall’Egitto della salma di Vittorio Emanuele III, purché non si voglia far passare questo gesto come la sanatoria di un passato che, invece, deve rimanere per sempre vivo nella memoria degli italiani come un retaggio di disonore ed infamia.

 

 

 

 

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