La nota di Marforio*

                                     

22.VII.2010

 

FINIS REI PUBLICAE

 

Nel ’43 avevo undici anni; ricordo bene l’estate di quell’anno che fu, come questa, caldissima e carica di angoscia per un futuro che si annunciava per niente roseo.

All’inizio di Luglio, proprio nei primissimi giorni, come balilla moschettiere montai di guardia a Palazzo Venezia; questo servizio armato costituiva la gratificazione per il figlio, quale io ero, di un caduto in combattimento.

Ricordo ancora i volti accigliati di quanti entravano ed uscivano dal portone principale e la tetra atmosfera che regnava tra i militi del corpo di guardia.

Era palpabile la preoccupazione in ognuno di un futuro che nulla lasciava sperare di buono.

Ed infatti nei giorni che seguirono, in rapida successione, avvennero lo sbarco anglo-americano in Sicilia, il bombardamento di Roma ed, il 25 Luglio, la liquefazione del regime fascista.

Furono i primi passi sulla strada che ci avrebbe portato attraverso l’inferno della guerra in casa e delle due occupazioni, quella alleata e quella tedesca.

Il balilla moschettiere è oggi un vecchio pensionato alla soglia dell’ottantina che non può fare a meno di paragonare questa estate, forse l’ultima della repubblica, a quella che segnò la fine del Fascismo.

Oggi non c’è guerra né ci minaccia una invasione straniera ma lo Stato, anzi il regime partitocratrico che ad esso si è sostituito, non regge più corroso com’è dalla tisi morale che ha colpito, ad ogni livello, tutte le istituzioni.

Gli scandali sono quotidiani e non risparmiamo niente e nessuno, neppure la chiesa cattolica.

Già questo sarebbe sufficiente a certificare lo stato preagonico della repubblica, se poi a tutto ciò s’aggiunge la mole cosmica del debito pubblico ben si capisce che il redde rationem è imminente.

Le ricorrenti “manovre correttive”, necessarie per rassicurare i mercati finanziari ed evitare il default dei titoli di stato, strozzano l’economia e ne impediscono ogni rilancio.

Tremonti lo sa e sa anche che tutti gli stati afflitti ad un debito impagabile, qual è quello nostro, ne sono venuti fuori in due modi: o svalutando “selvaggiamente” o “estinguendosi”.

La prima soluzione ci è preclusa per la nostra appartenenza al sistema dell’euro, la seconda presuppone un evento traumatico – ad esempio una guerra persa od una rivoluzione – che comporti la fine della vecchia compagine statuale e la nascita di una nuova Entità sciolta, in quanto tale, dall’obbligo di onorare i debiti contratti dalla dante causa.

L’evento traumatico potrebbe anche essere la secessione di alcune parti del territorio e non è escluso che la Lega miri proprio a questo; non credo infatti che una futura “Repubblica Padana” riconoscerebbe, sia pure pro quota, i debiti dello stato “italiano”.

Perché allora non prevenire futuri ed inevitabili mali prendendo, di comune accordo, una decisione che consenta al Paese di sopravvivere, dalle Alpi alla Sicilia, con mutate e più funzionali istituzioni quali potrebbero essere quelle previste da una nuova Carta varata da una Costituente creata ad hoc e che postuli l’esistenza di uno stato confederale a base regionale?

L’argomento, ne convenga il lettore, merita di essere approfondito ed è cosa che mi sforzerò di fare con un’altra nota entro breve tempo.

Certo non mi illudo che l’attuale “casta” condivida quanto vado scrivendo; sarebbe come chiedere al tacchino di riconoscere la santità del Natale.

Eppure il farsi fautori di una fase nuova della storia patria potrebbe essere per tanti politici motivo di rigenerazione personale od un mezzo per uscire di scena senza l’accompagno di fischi o di qualcosa di peggio.

 

 

 

HOME PAGE