La nota di Marforio*

                                     

13.VIII.2014

 

 

PENNA SELVAGGIA

 

 

Di seguito riporto un articolo di Giuseppe Pullara in cronaca di Roma del Corsera e la lettera, in “civilissima” risposta, di un esercente di Piazza Navona

 

Dal Corriere della Sera Roma dell’8 Agosto 2014

 

IL RISPETTO DELLE REGOLE

 

Di Pullara Giuseppe

      Dal momento che la Repubblica «è fondata sul lavoro» il lavoro ha validità costituzionale. Ma a piazza Navona gli esercenti, i falsi pittori e altri venditori di ciarpame interpretano ed usano il sacro concetto del Lavoro in modo strumentale per mandare avanti ed imporre le loro pratiche abusive. Il meccanismo è semplice: si avvia un’attività fuori dalle norme, dall’estensione del «tavolino selvaggio» all’occupazione di uno spazio per esporre i «quadri» o per montare un banchetto. Per questo si impiegano dei dipendenti, in genere sottopagati o senza alcuna forma di contratto. Si incassa, si guadagna. Quando il Comune - udite, udite - si sveglia dal suo lungo accidioso sonno e si accorge che a piazza Navona regna l’illegalità decidendo di intervenire, commercianti, falsi pittori e venditori di ciarpame invocano il diritto al lavoro e la stessa Costituzione per pretendere di averla vinta sulla legge. La cosa è tanto più sconcertante se si pensa che non viene manifestato alcun pudore nel richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla fame di tante famiglie gettate sul lastrico dalla severità della civica amministrazione. Un appello strappacore che tenta di mettere il Comune dalla parte del torto e gli abusivi da quella della ragione.

      I signori di cui parliamo usano il principio che lo stato di fatto è di per sé legittimo, a prescindere. Libito fanno lecito, proprio come la Semiramìs di Dante. Ma colei era una regina, e costoro sono semplici profittatori della colposa cecità dell’amministrazione (cominciando dai pizzardoni così spesso maliziosamente orbi): c’è una bella differenza. I romani non ci cascano, perché saranno pure menefreghisti, ma non sono stupidi. Sanno distinguere una sacrosanta lotta per il lavoro in una fabbrica male gestita e a rischio di chiusura dalla rivendicazione malata di illegalità di chi vuole solo guadagnare un po’ di più (i ristoratori) pagando lo stesso e di chi (gli altri) vuole fare la giornata esentasse.

     Dobbiamo chiederci come è nata questa paradossale protesta degli illegali che con lai stonati si appellano al diritto al lavoro, alla Costituzione. La situazione nasce dall’inerzia del Comune che lascia sempre fare, che non interviene mai al momento giusto, che fa finta di non sapere e di non vedere. Il Comune crea l’abitudine all’illegalità. Ai primi dell’Ottocento Giacomo Leopardi (chi era costui? direbbe un liceale) denunciava il fatto che gli italiani vivono piuttosto di abitudini che di costumi, cioè di pratica che non di etica e il Campidoglio, nelle sue multicolori forme politiche, si è sempre adeguato a un tale principio, soprattutto attraverso il comportamento dei suoi «agenti» cui piace agire poco, anche se a suo tempo si sono battuti per avere la colt sul fianco, simbolo di una volontà di azione smisurata.

    La vicenda del teatro Valle, occupato per anni, insegna che distorcere la verità delle cose non paga: alla fine è la legge che deve vincere. E speriamo che anche a piazza Navona finisca così.

 

 

Gentile Direttore,

Scrivo in merito all’editoriale apparso nell’edizione romana del Corriere sabato 9 agosto, a firma del Sig. Pullara, nel quale disinformazione e malanimo si saldano con rara efficacia.

Sono un esercente di piazza Navona. Faccio parte quindi dell’esecranda categoria che l’estensore dell’articolo accomuna a quella dei «falsi pittori e altri venditori di ciarpame», per la strumentalizzazione che sarebbe da noi operata del «sacro concetto del Lavoro» per coprire le nostre pratiche abusive.

     Credo che un sano bagno di realtà non farebbe male a questo Signore, evidentemente ignaro di cosa sia il lavoro, e di cosa voglia dire gestire un’azienda.

Le aziende che la mia famiglia gestisce sulla piazza danno lavoro a circa una sessantina di persone. Ognuno regolarmente assunto e retribuito, di certo non «sottopagati o senza alcuna forma di contratto» come poco dignitosamente insinuato nell’articolo.  La riduzione del 40% dell’occupazione di suolo pubblico avrà come inevitabile conseguenza, malgrado i nostri sforzi, un taglio di identica proporzione della forza lavoro. Non è difficile da capire: il nostro volume d’affari è basato esclusivamente sui tavoli esterni; un ristorante con una capienza di 100 posti necessita di meno lavoratori che un ristorante con una capienza di 160. Sarebbe una situazione insostenibile alla lunga per qualsiasi azienda.

Tuttavia sembra che siano posti di  lavoro, famiglie, senza alcun valore.

Si dice che eravamo abusivi, termine ben poco lusinghiero, in spregio alla verità e alla logica. Ma abusivi rispetto a cosa? Ad una decisione che penalizza aziende sane come le nostre senza alcun motivo, e contro la quale ci battiamo da tempo. L’occupazione di suolo pubblico per gli esercizi di piazza Navona, da quando essa è stata chiusa al traffico automobilistico – da decenni pertanto – non è mai stata limitata al marciapiede antistante gli esercizi. Tale limitazione appare tanto più immotivata ora, che la piazza è interamente pedonalizzata.

I tavoli dei nostri locali, “selvaggi” solo per certo giornalismo pigro, non intralciavano mezzi di soccorso o di pubblica sicurezza (oltre sei metri di sede stradale erano a disposizione per ogni tipo di intervento). Non precludevano alcuna fruibilità della piazza a cittadini e turisti (meno del 10% della superficie complessiva della piazza era occupata). Tantomeno oscuravano i tesori architettonici che la rendono così bella e unica al mondo (basterebbe che uno di questi burocrati abbandonasse per qualche ora la propria scrivania, o meglio dato il periodo, la propria sdraio, e venisse a parlare con i tanti turisti ed operatori increduli per una scelta così scellerata).

In sostanza, una vicenda del genere non avrebbe dovuto neppure iniziare.

     Tuttavia, credo nella buona fede dell’Amministrazione comunale, e confido che si possa presto valutare più serenamente ed obiettivamente questa situazione, per arrivare ad una soluzione condivisa, rispettosa anche delle esigenze dei tanti uomini e donne che lavorano seriamente ogni giorno per costruire qualcosa di duraturo, che crei benessere per sé e per la propria comunità.

 

La ringrazio per l’attenzione.

Resto a disposizione per ogni chiarimento.

 

Saluti Distinti.

Alessandro Tucci

 

 

Questo gran parlare di illegalità, di tavolino selvaggio e dei ristoratori di piazza Navona come criminali incalliti usi a violare leggi e regolamenti richiederebbe da parte degli interessati una difesa che, previo accertamento dei fatti in sede giudiziale, ristabilisse la verità su quanto realmente è accaduto in questi giorni.

Mi sia consentita un’altra riflessione: Quando l’inchiostro si tramuta in bile anche la penna diventa selvaggia, o no?

 

 

 

 

 

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