La nota di Marforio*

                                     

15.VI.2011

 

OPORTET UT SCANDALA EVENIANT

 

Scorrendo i titoli dei giornali di oggi leggo che molti si dicono “scioccati” da quanto capitato al Presidente della Confcommercio di Roma e del Lazio.

Rischio, scrivendo a botta calda, di fare la figura dell’avvoltoio ma, imperterrito, vergo queste righe perché ritengo non sia più tempo di conformismi od ipocrite solidarietà.

La presunzione di innocenza vige, deve vigere, anche per Cesare Pambianchi e, pertanto, non parlerò della vicenda di cui nulla so se non ciò che dai quotidiani riportato.

Avverto il dovere, invece, di porre in luce – come già fatto nella mia nota “QUALE COERENZA?” del 20/09/2010 - la singolare posizione del Pambianchi che, quale Presidente Confcommercio, si è da sempre autoproclamato “defensor” delle piccole e piccolissime imprese e nello stesso tempo, come accorsato professionista, ha curato e cura (nonostante, gli auguro, il momentaneo impedimento) gli interessi del gruppo Conad che tanto piccolo non è.

Uno e bino, anzi uno e trino perché l’odierno recluso ha assommato in se, per lungo tempo, oltre la titolarità dello studio professionale e la carica di Presidente Confcommercio anche quella di consigliere della CCIAA di Roma e di Presidente della società partecipata dalla CCIAA che ne gestiva e ne gestisce non irrilevanti iniziative per cifre molto ingenti.

Siffatta trinità, a dire il vero, lungi dall’essere miracolosa come quella che sostanzia un mistero della nostra fede, è invero abbastanza diffusa, caratterizzando essa anche vertici di altre organizzazioni di categoria.

In buona sostanza le varie Confederazioni (vi risparmio i nomi essendo ben note a tutti) del commercio, dell’industria e dei servizi “indicano” i loro rappresentanti nel consiglio di amministrazione della Camera di Commercio e, quindi, concorrono ad amministrarla – rifiutato l’uso di democratiche elezioni - autolegittimandosi a ciò con dichiarazioni di rappresentatività (leggasi iscritti) la cui congruità non è verificata in alcun modo se non in base al principio che i dichiaranti sono “Todos Caballeros”.

Ai rappresentanti delle confederazioni che si sono infeudati la Camera di Commercio nel modo sopra descritto, viene inoltre affidata la gestione di società partecipate dalla stessa Camera e da altri soggetti – vedi il Comune di Roma – i cui fondi di dotazione, pingui per i contributi che i singoli imprenditori sono tenuti per legge a versare ogni anno alla CCIAA, vengono irrogati sotto forma di spese varie la cui giustezza è determinata in base a criteri non sempre condivisibili e comprensibili.

Non è azzardato dire, insomma, che alcuni Presidenti delle confederazioni di categoria vivono in un permanente quanto potenziale conflitto di interessi non potendo scindere e differenziare la loro posizione di capi di associazioni private di categoria da quella, necessariamente super partes, che la conduzione di una società, finanziata con denaro pubblico, richiederebbe.

Auguro a Pambianchi ogni bene e, ripeto, che lo ritengo e continuerò a ritenerlo innocente fin quando non sarà intervenuta una eventuale e definitiva sentenza di condanna.

Temo, tuttavia, che l’accaduto – per le qualifiche rivestite dal Pambianchi – impatterà pesantemente anche su altre realtà gestite da un establishment – bipartisan e spartitorio – che fin qui ha evitato di sottomettersi a regole di vera democrazia per accedere ad incarichi detenuti ed esercitati quasi fossero un appannaggio di casta.

Sono convinto che i prossimi giorni saranno portatori di novità e, mi auguro, anche di sorprese; in democrazia “oportet ut scandala eveniant” e a nulla serve dirsi “scioccati” e continuare a far finta di niente.

 

 

 

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