Servizio segnalazione articoli

 

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.

 

Dal Corriere della Sera del 19 Dicembre 2012

 

TECNICHE DI UNA CANDIDATURA

 

UN SENTIERO

ASSAI STRETTO

 

Di Ernesto Galli Della Loggia

      Viene dato da molti per probabile, anche se il principale interessato continua a non pronunciarsi, che alle prossime elezioni intorno al nome di Mario Monti e ad un programma da lui delineato si costituisca una confederazione di varie liste, le quali saranno diciamo così autonome ma avranno in lui il proprio punto di riferimento, insomma il proprio capo politico. Un capo però alquanto sui generis. Monti, infatti, sarà - potrà essere - solo un capo simbolico. Un capo per procura. E questo perché, essendo già senatore a vita, gli sarà consentito, sì, di far comparire il proprio nome sulla scheda elettorale delle varie liste partecipanti alla coalizione, ma non potrà mettere in gioco la propria persona nella competizione elettorale né per la Camera né per il Senato. Se dunque per ipotesi ottenesse la maggioranza parlamentare e ritornasse alla guida del Paese, si verificherebbe la singolare circostanza per cui egli sarebbe l'unico capo di governo dell'Unione europea non solo privo di un suo partito, ma neppure uscito direttamente consacrato dal risultato delle urne.

     È difficile non vedere in tutto ciò un ennesimo scostamento rispetto al modello disegnato dalla nostra Carta costituzionale, del resto ormai già divenuta per merito del servizio pubblico (!) televisivo l'oggetto delle divagazioni di un comico - anche questo, credo, un caso unico in Europa. Si tratta peraltro di uno scostamento destinato a sua volta a produrre tutta una serie ulteriore di anomalie e di ambiguità.

     È probabile, ad esempio, che la scelta delle candidature nelle varie liste - in queste elezioni una scelta carica di significato politico come poche altre volte - non possa avvenire, diciamo così, che per interposta persona, attraverso intermediari incaricati di riferire e attuare le indicazioni del premier in pectore. Un sistema tutt'altro che trasparente ed esposto, come si capisce, a mille equivoci, a fraintendimenti e pressioni di ogni tipo. Per non parlare della campagna elettorale. Sarà possibile a Monti quel dialogo continuo con i cittadini che ne costituisce un momento essenziale? E in quale veste egli comparirà nei dibattiti televisivi con gli altri capipartito candidati a un posto di parlamentare, lui che non è candidato a nulla ma in realtà lo è alla massima carica politica (carica che peraltro nel nostro ordinamento non può essere conferita dal voto popolare ma solo da una maggioranza parlamentare su designazione del capo dello Stato)?

     E se poi, mettiamo, la coalizione guidata dall'attuale premier dovesse risultare sconfitta alle elezioni, e domani si formasse un governo Bersani di centrosinistra in tutto e per tutto autosufficiente, saremo forse chiamati ad assistere allo spettacolo - diciamo pure singolarissimo - di un'opposizione parlamentare rappresentata tra gli altri da un senatore a vita, cioè per l'appunto da Monti? Con un senatore a vita che ogni volta che può, come è giusto che faccia un leader dell'opposizione, attacca pubblicamente il presidente del Consiglio? Oppure - sempre nel caso di una mancata vittoria - Monti abbandonerà il campo per chiudersi in un austero riserbo istituzionale? Ma che cosa dovranno pensare allora coloro che gli hanno dato il voto? Che hanno votato per un fantasma?

     Sono queste alcune delle perplessità che suscita la discesa sul terreno elettorale del presidente del Consiglio. La cui misura di stile, di prudenza e di onestà, che gli è congeniale appare destinata ad essere sottoposta di sicuro - se mai egli decidesse di partecipare indirettamente alle elezioni - ad una prova non indifferente.

 

 

Da Il Fatto Quotidiano del 19 Dicembre 2012

 

MONTI NON È CINCINNATO

 

Di Paolo Flores d'Arcais

     Mario Monti non è Cincinnato. Non ha nessuna intenzione di tornare, dopo aver servito la res-publica, all'aratro del suo campi­cello (Università Bocconi, Bilderberg e altre Goldman Sachs). Entra nella competizione po­litica, in concorrenza con Berlusconi e in con­correnza col Pd. Napolitano, Bersani e Scalfari ne sono irritatissimi. Si sentono ingannati da chi avevano per un anno incensato e santificato a forza di "Te Deum" come salvatore "super partes", e ora si serve di tutti quei peana sven­tatamente concessi per iniziare un'ambiziosa carriera politica: divenire, in un colpo solo, ca­po della destra italiana (come la Merkel lo è di quella tedesca) e commissario- troika delle isti­tuzioni finanziarie europee nel nostro paese.

       Di che si lamentano, però, Napolitano, Bersani e Scalfari? Certo, Monti aveva giurato e sper­giurato ai suo studenti della Bocconi che sa­rebbe tornato presto ad allietare i loro banchi come professore (severo ma giusto, co va sans dire), ma i tre moschettieri della sinistra ri­spettosa sono uomini di buone letture e di uso del mondo, e dovrebbero sapere che le pro­messe di un politico, anche travestito da tec­nico, sono come quelle della donna all'amante pazzo di lei: "Solo con te... direi di no anche a Giove", parole, scrive Catullo, scritte nel vento e sull'acqua.

      Chi si è fatto ingannare da Monti voleva farsi ingannare, aveva interesse a farsi ingannare, e in fondo è stato parte dell'inganno, voleva in­gannare i cittadini, poiché spacciare il governo attuale come "tecnico" e "super-partes" è stata consapevole ipocrisia e manipolazione. Noi a Monti-Cincinnato non abbiamo mai creduto, non per superiore intelligenza, ma perché non eravamo "embedded" nel groviglio di interessi e ideologie che ha spacciato l'oppio della "im­parzialità" di Monti su ogni tg e da ogni grande quotidiano "indipendente".

     Fin dall'inizio abbiamo chiamato questo go­verno con il suo nome autentico: continuità. Continuità del potere di establishment, continuità del potere dei privilegiati contro il "terzo stato". Continuità col berlusconi­smo, dunque, senza la nauseante protervia e la pagliaccesca indecenza che avevano reso il regi­me del cavaliere odioso e dunque inservibile alla difesa degli interessi co­stituiti.

    Vedremo se Monti riuscirà a diventare il leader della destra italiana. Se si met­terà apertamente alla testa di una coalizione o bor­deggerà all'italiana con i "dico e non dico". Se trat­terà quella di Berlusconi per ciò che è, destra pu­tiniana e lepenista, o con­tinuerà ad ammiccare e traccheggiare perché "cane non morde cane".

 

 

Da Il Tempo del 19 Dicembre 2012

 

Una campagna incredibile

 

Di Mario Sechi

     Le Camere non sono sciolte ma la campagna elettorale è partita a razzo. Dai toni e dagli argomenti si capisce che sarà durissima e non senza conseguenze. Il dibattito è sotto gli occhi di tutti: nel Pdl e nel Pd non sono in grado di darsi un programma credibile di fronte alla contemporaneità. Tra queste due forze ne è emersa una terza che vuole radere al suolo tutto, il Movimento Cinque Stelle di Grillo. Bersani è in vantaggio nei sondaggi, cerca una via rassicurante, parla della «ditta» ma quando prende la parola qualcuno che sta un gradino sotto rispetto al segretario emerge la verità di un partito insufficientemente preparato per gestire il terzo debito pubblico del mondo. Berlusconi dovendo recuperare voti ha imbracciato la clava, mena colpi ovunque, ma dimentica di essere il leader di una forza politica che sta dentro il Partito Popolare Europeo. Il suo intervento ieri a Porta a Porta testimonia uno sbandamento della linea politica che non può essere condiviso da chi aderisce al programma del Ppe e ha bisogno di serie correzioni di rotta. Non sono un ingenuo, so distinguere tra la propaganda e il cuore di un messaggio, ma quando la sinistra dice che bisogna riscrivere il fiscal compact e il Cavaliere sostiene che «fra tre anni usciamo dall’Euro», il mio pensiero corre ai risparmi degli italiani. Sono in euro, non in sesterzi, così come sono espressi in euro i mutui delle famiglie e delle aziende.

     Cedere al populismo pensando di raccattare i voti senza valutare le conseguenze di un simile dibattito sulla credibilità di un Paese che ha sul groppone duemila miliardi di debito, è un sintomo di scarsa visione e intelligenza. Monti non è arrivato per caso. E per questo sarà ancora in gioco in futuro. Cento punti di spread all’anno sono oltre tre miliardi di euro, esattamente il gettito dell’Imu sulla prima casa. Le parole dei politici non sono senza conseguenze, non vivono e muoiono nei talk show, ma entrano nelle sale trading dei fondi di investimento e delle banche che comprano e vendono i nostri titoli di Stato. Se l’offerta politica è questa, è chiaro che bisogna non incrociare le dita ma rifondare i partiti e le coalizioni. Elezioni e crisi economica saranno uno shock, stiamo per entrare in una transizione difficile e per questo nessuno può tirarsi indietro.

 

 

Da La Stampa del 19 Dicembre 2012

 

Monti ormai ha deciso la sua strada

Nel week end l’endorsement al Centro

 

E oggi Montezemolo annuncia che presenterà le sue liste

 

Di Fabio Martini

     Il Professore ha deciso e ora il conto alla rovescia è iniziato per davvero. Nel pomeriggio di ieri, durante una serie di riunioni informali a Palazzo Chigi con i ministri a lui più vicini (Enzo Moavero e Andrea Riccardi) il presidente del Consiglio per la prima volta ha fatto capire quali siano le sue intenzioni: in nome della continuità con l’azione risanatrice del suo governo, Mario Monti nei prossimi giorni (sabato o domenica, dipende dalle vicissitudini parlamentari), annuncerà il suo pieno appoggio a quelle forze che in questi mesi lo hanno sostenuto senza se e senza ma.

      Da una parte il movimento “Verso la Terza Repubblica” di Luca Cordero di Montezemolo, dall’altra l’Udc di Pier Ferdinando Casini, con la appendice del Fli di Gianfranco Fini. Ma prima di pronunciare questo vigoroso endorsement a favore della Coalizione moderata, incardinata su due pilastri, nella conferenza stampa di fine anno il premier rivendicherà il lavoro fatto dal suo governo, indicando al tempo stesso ciò che servirebbe all’Italia per tornare a correre. 

      Obiettivo, non dichiarato e non dichiarabile, della coalizione moderata, raggiungere una quota elettorale tra il 15 e il 20%, considerata sufficiente per essere determinanti nella prossima legislatura e soprattutto - ecco il punto che sta più a cuore a Monti - garantire la «continuità» con le politiche risanatrici avviate dal governo tecnico, In altre parole la coalizione moderata - ecco un altro obiettivo non dichiarabile - punta per il dopo-elezioni ad una coalizione con chi (Pd e alleati) avrà ottenuto la maggioranza alla Camera, ma forse non al Senato. Uno schema di gioco che è il risultato dell’incontro di due giorni fa con il leader del Pd Pier Luigi Bersani, che in realtà è andato meno male di quanto non fosse apparso in un primo momento. Certo, l’affiorare, da parte del Pdl, di una tattica «ostruzionistica» che potrebbe far slittare la approvazione della legge di stabilità oltre il già previsto 21 dicembre, potrebbe rinviare non soltanto le dimissioni del governo, ma anche l’annuncio tanto atteso da parte del Professore. 

      Ma nel frattempo il primo pilastro della coalizione moderata si mette in movimento. Luca Cordero di Montezemolo dovrebbe annunciare oggi la decisione del movimento “Verso la Terza Repubblica” di presentare proprie liste e dunque di avviare le procedure per la raccolta delle firme. Non è soltanto una scelta organizzativa. Con la decisione di presentare una lista, che dovrebbe chiamarsi “Italia Futura”, Montezemolo e Riccardi marcano la distanza dall’Udc di Casini e dal Fli di Fini. L’ambizione è quella di presentare liste più «fresche», molto innovative rispetto a quelle dei due partiti e di due leader, Casini e Fini, che fra qualche mese «festeggeranno» il trentesimo anniversario della loro presenza in Parlamento: entrambi sono stati eletti alla Camera nel 1983.

     La campagna elettorale di Italia Futura avrà come proprio leader Montezemolo (che non dovrebbe candidarsi in Parlamento), mentre nelle liste dovrebbero esserci il presidente delle Acli Andrea Olivero, il fondatore della Margherita e presidente della provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai. Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni resterà al sindacato, anche se il resto della lista sarà formata da personalità della società civile: né politici di professione né parlamentari uscenti. Le trattative sono ancora in corso e non ci sono decisioni definitive ma tra i candidati più accreditati ci sono il magistrato Stefano Dambruoso, l’economista Irene Tinagli, il collaboratore di Banca Mondiale e Fed Raul Minetti, il rettore dell’Università di Perugia Stefania Giannini, il generale Francesco Camporini, il preside di Tor Vergata Beniamino Quinteri, oltreché, naturalmente, il “play maker” di Italia Futura, Andrea Romano.

      Il riserbo di queste settimane sulla scelta (candidatura a premier o semplice endorsement per la coalizione di centro?) non impedisce a Monti di confidarsi nei suoi colloqui sul che sarebbe giusto e su ciò che non gli è piaciuto in questi giorni. L’accusa che più lo ha maldiposto è quella di scorrettezza nei confronti dei partiti che lo hanno sostenuto. A Monti - e lo ha detto a Bersani - non è piaciuta l’accusa di Massimo D’Alema sulla dubbia moralità di un’eventuale candidatura del premier, sia per il lessico usato, ma anche per la sostanza delle motivazioni.

 

 

Da Il Tempo del 19 Dicembre 2012

 

Il partito delle toghe si è già spaccato

 

Oggi il Csm decide sulla richiesta di aspettativa. Laboccetta (Pdl): «Calpesta le istituzioni»

 

Di Carlantonio Solimene

     Una serie di liste aspettano la sua discesa in campo per coalizzarsi e provare a infastidire Bersani nella sua corsa a Palazzo Chigi. Ma lui è stato chiaro: comunicherà la sua scelta solo venerdì 21 dicembre. No, non si sta parlando di Mario Monti. Il protagonista dell'ultima telenovela della politica italiana è Antonio Ingroia, già procuratore aggiunto del pool di Palermo che indaga sulla trattativa Stato-mafia e, da qualche settimana, inviato in Guatemala dall'Onu per svolgere un importante incarico anti-corruzione.

     Il Guatemala, appunto. Un impegno che Ingroia aveva preso terribilmente sul serio al punto di mollare i suoi colleghi siciliani proprio mentre l'inchiesta stava entrando nel vivo, con la richiesta di rinvio a giudizio di alcuni imputati eccellenti come gli ex ministri Nicola Mancino e Calogero Mannino. Senonché sembrerebbe che all'entusiasmo iniziale sia subentrato in breve tempo un inaspettato attacco di saudade, con una serie di viaggi lampo in Italia per partecipare a quasi tutti gli appuntamenti con i quali l'ex pm Luigi De Magistris, ora sindaco di Napoli, sta lanciando la sua lista nazionale, il «Movimento arancione». Della combriccola dovrebbe presto far parte un altro ex togato, quel Tonino Di Pietro che, rifiutato a più riprese da Bersani, si è trasferito armi e bagagli nel cosiddetto «quarto polo». Dopo un lungo tira e molla, con De Magistris in pressing su Ingroia per convincerlo a candidarsi premier con gli «arancioni», quest'ultimo sembra aver preso una decisione, o almeno così farebbe ritenere la richiesta inviata al Csm affinché gli sia concessa l'aspettativa elettorale. E benché Ingroia si diverta a far lievitare sempre più la suspance («non ho ancora deciso, venerdì saprete», scriveva ieri nel suo «Diario dal Guatemala» su Il Fatto), la notizia ha già provocato numerose reazioni. Prevedibilmente astiose nel Pdl («calpesta le istituzioni e ci fa fare una brutta figura con l'Onu», ha accusato il deputato Amedeo Laboccetta), freddine nel Pd: «Ormai ai magistrati che tolgono e mettono la toga con facilità siamo abituati», ha detto Roberto Giachetti, «vedranno gli elettori cosa fare». Ma, a sorpresa, a schierarsi contro il pm di Palermo è anche Il Fatto. Lo stesso giornale che ne ospita quotidianamente il «Diario» e che lo ha sostenuto senza ripensamenti nello scontro istituzionale con il Colle a causa delle telefonate di Napolitano intercettate. Il direttore Antonio Padellaro ha scritto ieri un fondo dal titolo «Meglio magistrato che candidato». Nel quale, pur comprendendo «la legittima voglia di rivincita» di Ingroia contro chi lo ha «attaccato e vilipeso per aver compiuto il suo dovere quando altri preferivano voltarsi dall'altra parte», invita il magistrato a non commettere un «duplice errore» che si ripercuoterebbe «sulla sua immagine e sulle indagini di cui è stato protagonista accanto ad altri coraggiosi colleghi». A rafforzare il concetto, nella versione on line del quotidiano, il blog di Peter Gomez, coautore di diversi libri con Travaglio, che per giustificare la sua posizione cita una frase del pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo quando rifiutò un'offerta di candidatura nel centrodestra: «Non trovo giusto che chi fa l'arbitro o il guardalinee si tolga la giacchetta per indossare la maglietta di una delle squadre in campo». Due «diffide» che probabilmente Ingroia non si aspettava e che forse lo indurranno a desistere dalla discesa in campo. Intanto, oggi pomeriggio, il Plenum del Csm voterà sulla sua richiesta di aspettativa, già approvata all'unanimità dalla IV Commissione. In più si deciderà se inserire nel suo fascicolo personale la «censura» per il discorso pronunciato nel congresso del Pdci dello scorso ottobre, quando Ingroia si definì «partigiano della Costituzione». A dimostrazione che, candidato o meno, la divisa da arbitro il magistrato se l'è già tolta da molto tempo.

 

 

Da La Stampa del 19 Dicembre 2012

 

Leader e capetti evaporano

come la Seconda Repubblica

 

Chi si defila, chi resiste, chi si ricicla. Tra amicizie finite e rottamazione

 

Di Mattia Feltri

     Quell’asfissiante sentimento di dejà vu alla vista di Silvio Berlusconi che muove guerra al fisco draculesco e ai comunisti italocinesi, all’imposizione dei monologhi congelati di Roberto Benigni, alla prospettiva del milionesimo derby sputazzante fra destra e sinistra, ha nascosto soltanto un poco il magico scorcio dentro cui si consuma la fine di un’epoca. Non basta qualche tignoso resistente, di cui Rosy Bindi è la campionessa, a mascherare la decimazione di quel gruppo di capi e capetti che hanno agitato vent’anni (e qualcuno oltre) di Repubblica. Il primo ad abbandonare il ring è stato Walter Veltroni, con suprema eleganza oltretutto, e nonostante la perfidia umana avesse intravisto nel gesto l’opportunismo del fuoriclasse, che farà della scelta di oggi il punto di forza di domani. E che sa di trascinare con sé, e l’ha trascinato, il duellante di sempre: Massimo D’Alema. Già questo basterebbe per dire - nella piccolezza quotidiana del nostro lavoro - che nel Parlamento nulla più sarà come prima. Ma questa strana rivoluzione soltanto all’apparenza discosta, quasi dolce e silenziosa, si sta portando via alleanze, amicizie, soprattutto teste. Fa impressione la ruvidezza con cui tutti scansano Gianfranco Fini, aizzato contro Berlusconi, blandito, illuso e ora fatto da parte. I centristi dicono che la sua storia con la loro non c’entra niente; a sinistra non c’è nemmeno da dettagliare; a destra lo considerano Badoglio; lunedì sera persino lo sfiancato Marco Pannella ha risposto con repulsione all’invito a mangiare e bere del presidente della Camera: «Mi fai pena». 

      Ci sarà qualche anima pia disposta a garantire l’ultimo scranno a Fini (e i suoi cagnacci, Italo Bocchino e Fabio Granata)? Così come lo avrà Umberto Bossi, che rientrerà a Roma non più come geniale incendiario, ma nel ruolo del nonno simpatico e un po’ citrullo, che gira a farsi tastare il muscolo del braccio. La vedete questa Seconda repubblica, in fondo un trascinamento alla meno peggio della Prima, evaporare quasi ai margini della scena? Ve ne siete accorti che Emma Bonino, aspra e schietta come sempre, ha definito non automatica e pletorica la sua candidatura? Avete fatto caso che la vecchia zia Livia, intesa come Turco, molla tutto senza sprecare una sillaba né rabbiosa né malinconica? Avete riflettuto sulla ripulitura impietosa che rischia di fare l’Udc di Pierferdinando Casini - lui della resistenza dell’amianto - se intende mettersi con i centristi montiani e montezemoliani, i quali pretendono di andare alle elezioni senza certi ferrivecchi, quali sono stati catalogati per esempio Lorenzo Cesa ed Enzo Carra (e chissà, Rocco Buttiglione)? 

      Una mattoncino dopo l’altro, e qualche pietra angolare qua e là, la casamatta è tutta sbrecciata. Li vedi vagare, i soldatini. Ignazio La Russa si separa dal compagno (pardon) di una vita, Maurizio Gasparri. Il primo a imbarcarsi sulla scialuppa di Guido Crosetto e Giorgia Meloni, il secondo aggrappato alla bagnarola di Berlusconi. Sempre che ce la facciano a infilarsi di nuovo nel palazzo, quale rilievo avranno i vari Gianni Alemanno, Fabrizio Cicchitto, Altero Matteoli? Non ce ne eravamo accorti, ma hanno potuto più a destra le faide che a sinistra la rottamazione di Matteo Renzi. Sandro Bondi non ne vuole più sapere, e resterà a casa a studiare politologia. Beppe Pisanu concede interviste che concludono una lunga e prudente dissidenza annunciando che adesso basta, va da Casini a cercare asilo. Claudio Scajola incontra soltanto persone che si girano dall’altra parte; «nel Pdl ci stiamo io e Giorgia Meloni o Scajola e Dell’Utri», ha detto domenica Crosetto; è che a Scajola nemmeno Berlusconi apre più la porta. E, a proposito di Dell’Utri, l’ultima è parola sarà la sua, che ha detto di aver parlato con Silvio, e di aver aggiustato tutto, o quella pubblica di Silvio medesimo, per il quale ci dispiace tanto ma «non possiamo più permetterci di candidare Dell’Utri»? 

Ecco, questi sono i tempi e queste sono le facce. Nemmeno ci si pensava, ma sono gli ultimi mesi per Giorgio La Malfa, che esordì a Montecitorio nel 1972 col Partito repubblicano (dunque più longevo di suo padre Ugo, parlamentare per trentatré anni), per Calogero Antonio Mannino detto Lillo, che esordì nel 1976 con la Democrazia cristiana, e per Carlo Vizzini, stesso anno d’esordio di Mannino, ma col Partito socialdemocratico. E, se questo è, le ultime righe se le merita il padre della Seconda repubblica, promotore con Mario Segni del referendum sull’uninominale secco e con Romano Prodi dell’Ulivo. Si tratta di Arturo Parisi, che saluta con la sua epoca.

 

 

Da Il Fatto Quotidiano del 19 Dicembre 2012

 

NAPOLITANO CONTRO MONTI

LA ROTTURA SUL QUIRINALE

 

LE PROMESSE DI BERSANI AL PROF. E I DISEGNI DELLA “GRANDE COALIZIONE ”: TUTTO NAUFRAGATO PER LE AMBIZIONI DEL PREMIER

 

Di Fabrizio d’Esposito

     Quando inizia la linea di frattura nei rapporti tra Giorgio Napolitano e Mario Monti? Ancora ieri, dopo il duro discorso del capo dello Stato dell’altro giorno, deputati del Pd in contatto con il Colle hanno insistito su un punto: “Il presidente è furente, nerissimo”. L’esegesi ufficiale dell’intervento di Napolitano fa risalire all’8 dicembre scorso la rottura tra i due. Quel giorno, di sabato, il Professore prende alla lettera le minacce del segretario del Pdl (“L’esperienza del governo Monti per noi è finita”), pronunciate a Montecitorio, e va al Quirinale per annunciare le dimissioni una volta approvata la legge di stabilità. Il premier va nella direzione opposta a quella tracciata da Napolitano poche ore prima. Cioè: non enfatizzare la crisi e concludere comunque il percorso della legislatura entro gennaio, con l’astensione del Pdl. Di qui la “brusca accelerazione” di cui ha parlato Re Giorgio nei suoi auguri di Natale alle alte cariche dello Stato. Il resto appartiene già alla nuova storia del Monti politico non più tecnico: il blitz alla riunione del Ppe a Bruxelles e il lavorìo sulla federazione di centro che si ispirerà a lui, in attesa del fatidico e definitivo sì del Professore.

     IN REALTÀ, le crepe nel connubio formato da Napolitano e Monti si sono manifestate ben prima dell’8 dicembre. Prima scena, il 22 novembre scorso Parigi, dove si trova il presidente della Repubblica. In patria, il pressing centrista sul premier dura dall’estate e Napolitano risponde con fastidio e distacco alle domande sul futuro di Monti: “Innanzitutto, il senatore a vita Monti – come si sa – non si può candidare al Parlamento perché è già parlamentare: questo non è un particolare da poco, qualche volta lo si dimentica. Quindi, non può essere candidato di nessun partito, e non può essere comunque, in quanto persona, candidato al Parlamento: è un senatore a vita che ha il suo studio a Palazzo Giustiniani, dove potrà ricevere chiunque, dopo le elezioni, volesse chiedergli un parere, un contributo, un impegno”.

     Il Quirinale, in pratica, continua a credere in un progetto di Grande Coalizione alias Monti-bis, con il Professore fuori dalla contesa elettorale e da richiamare al momento opportuno. Non a caso, sempre a Parigi, Napolitano indica un altro pilastro del suo ragionamento: “Va preservata la terzietà di Monti”. Riserva della Repubblica, quindi, non candidato-premier alla pari degli altri. In cuor suo, però, il capo dello Stato sa che è cambiato qual- cosa e che il suo ruolo di tutore del premier si è ridimensionato. Stavolta la scena risale al luglio prima, quando il Corriere della Sera, l’organo di quei poteri forti che di fatto hanno imposto il nome di Monti nell’autunno del 2011, dà conto di una confidenza del Professore al suo staff in un summit europeo ad Aix en Provence: “Mi chiedo quale sia il momento giusto per dare la mia disponibilità”. La questione, ovviamente, è la sua candidatura. Monti ormai non è più il tecnico che all’inizio della sua esperienza a Palazzo Chigi ripeteva che “la politica” sarebbe stata per lui solo “una parentesi”. L’uomo ha una forte ambizione, dissumulata dal carattere sobrio e introverso.

      ADESSO, i bersaniani del Pd, dicono sempre di averlo sapu-to. Anche perché il leader del centrosinistra è il terzo protagonista di questa metamorfosi di SuperMario. Quando infatti Monti comincia le sue valutazioni estive da politico, e non da tecnico, incontra Bersani per un colloquio decisivo. Il futuro ha un perimetro col tempo noto: “Pier Luigi” a Palazzo Chigi, “Mario” al Quirinale”. Ma un bersaniano di rango rivela: “In quell’occasione, Monti fu sospettoso e a Bersani disse: ‘Tu non mi puoi garantire il Quirinale’”. Ecco perché, dopo la “brusca accelerazione” dell’8 dicembre, molti democratici si sono espressi così sul tira e molla montiano sul polo di centro: “Sta solo alzando il prezzo per l’elezione al Colle”. Monti non si fida di Bersani sul Quirinale nello stesso periodo in cui vari circoli vicini a Napolitano si muovono per la rielezione di Re Giorgio. Una tentazione che c’è stata sicuramente negli ambienti dell’attuale inquilino del Quirinale e che spiega il passaggio finale del discorso di lunedì scorso sulla “non rielezione”. Un passaggio che alcuni esegeti autorevoli leggono al contrario: “Accennare chiaramente alla non rielezione significa che il ragionamento opposto è stato fatto”. Il settennato bis di Re Giorgio aveva un ostacolo proprio in Monti, candidato da Bersani. È finita però che il Professore ha voluto prendere in mano il suo destino. No a Napolitano che lo avrebbe voluto ancora a Palazzo Chigi da riserva della Repubblica. No a Bersani che gli ha fatto vagheggiare il Quirinale. Monti dovrebbe fornire una risposta più chiara venerdì prossimo ma l’improvvisa melina del Pdl sul voto può riservare altri colpi di scena sulla fine della legislatura.

     QUELLO CHE è certo è che per il leader del centrosinistra, Monti rimane tuttavia l’opzione più forte per il Colle, mentre nel Pdl sono convinti che invece il vero obiettivo del Professore sia il posto di Barroso in Europa, a capo della commissione dell’Ue. Re Giorgio, arrabbiato e scottato dalla parabola di “Mario”, cercherà di pilotare la successione con un altro nome: Giuliano Amato.

 

 

Da La Repubblica del 19 Dicembre 2012

 

Nella stanza di Pannella

"Senza giustizia preferisco morire"

 

Di Francesco Merlo

     HA MANGIATO due man­darini per ringraziare Mario Monti, un menù da galera, forse in onore dei de­tenuti per i quali si batte. E così Marco Pannella ci ha regalato pure un sorriso, anche se per ri­cominciare davvero a bere e a mangiare vorrebbe qualche no­me, Vasco Rossi per esempio, «che però non sta bene e ha pau­ra di non essere capace», e «Um­berto Veronesi e Franco Battiato e Roberto Saviano e poi ci sono tanti giornalisti, scienziati, can­tanti come Celentano e i fratelli Bennato, e gli artisti..., ma non ho voglia di fare lunghi elenchi». Vorrebbe quattro nomi trasci­nanti, di quelli "sto con Marco", che si candidino in una lista "ro­sa nel pugno per la giustizia e per l'amnistia", per farci spalancare gli occhi e costringerci a guarda­re l'ingiusto e il disumano delle prigioni, «il reato flagrante che lo Stato commette violando i dirit­ti più elementari nelle carceri e il diritto alla normale durata dei processi: il comitato dei ministri del Consiglio d'Europa condan­na l'Italia da più di trenta anni». Quattro nomi dunque per apri­re le porte delle carceri e infilare l'Italia nel bugliolo, nella puzza.

     E NELLE violenze di quell'uni­verso concentrazionario, nel­la sua ripugnanza: «Attenzio­ne però: non è un problema di pietà, ma di giustizia». Sdraiato sul lettino di ferro da malato con le sue bretelle a qua­dretti, le lunghe calze blu, la maglia a righe orizzontali, le mani che un critico d'arte definì michelangiole­sche, Marco parla in pannellese, che non è mai stato un linguaggio semplice, «non c'è sulla terra una sola parola che lo sia», ma che ades­so è armoniosamente inarrestabile. Ed è percorso da sibili: «Quel Maro­ni è l'assassino degli immigrati che respinse in mare, glielo abbiamo detto e lui ha risposto che non glie­ne frega nulla». E poi fragorosi non­stop su argomenti come il sensus fidelium che un ironico sussurro tra­sforma in consensus fidelium. Il suo colloquiare dirama per rivoli ina­spettati sino allo spiritualismo e all'energia: «Il non uccidere vale an­che per la legittima difesa, perché se sei bravo devi ferire, invece che uc­cidere». E ancora arrivano fischi pe­rentori su uomini e cose che sem­brano nominati per caso: «Napoli­tano non fa il garante mal'impiccio ne e vuole fare il padrone dell'Italia». Poi improvvisamente il lessico diventa quello immediato della li­bertà, più pericoloso di qualsiasi controprova e di qualsiasi violenza del potere: «Ho spiegato a Mario Monti che il mio sciopero della fame non vuole costringerlo a fare le cose che non vorrebbe fare ma, al con­trario, che voglio aiutarlo a fare le leggi che non riesce a fare». Gli obietto che se ha parlato così con Mario Monti, allora forse lo ha un po' confuso. E mi racconta che Monti gli ha detto: «Quando uscirò da qui vorrei che tu ricominciassi a bere. Cosa posso fare?». Pannella gli ha risposto con le teorie dell'ascesi e della non violenza. Poi in serata ha mangiato appunto i due mandarini che ha dedicato a Monti con l'augu­rio del brindisi. La sua battaglia ha sempre un sottofondo ilare, la risa­ta gli veste la bocca scavata. A Mon­ti ha pure parlato di Clemente, l'in­fermiere indiano che lo accudisce e che lo considera un guru, «una pa­rola che secondo Clemente vuol di­re più alto delle altezze dell'Evere­st». Clemente gli dice pure che «an­che l'India avrebbe bisogno di gandhiani come me». E per un atti­mo ci passano davanti le ombre dei due marò italiani reclusi in Kerala.

     Ma poi, come solo Pannella sa fa­re, tutto è diventato concreto e hanno parlato di amnistia e di leggi. Pannella ha così scoperto. e lo rac­conta con gratitudine, che tra lui e Monti, in queste ore di fame e di se­te, c'è stata, imprevista, la scintilla: «Come diceva Leonardo Sciascia se Monti è venuto qui, se ha bussato a questa porta è perché sapeva che l'avrebbe trovata aperta». La mini­stra della Giustizia Severino invece l'ha trovata chiusa: «Non potevo ri­ceverla mentre Rita Bernardini spiegava in Senato che la sua legge sulla giustizia è una legge irrespon­sabile e che il suo celebrato sfolla­mento delle carceri significherà 54 detenuti in meno». E invece Monti e Pannella si sono capiti come due fratelli opposti e gemelli, due italia­ni innamorati dell'Italia che hanno in comune l'autenticità, lo star bene nella propria sostanza, nella smo­deratezza Pannella, nella morigera­tezza il presidente, soldati di quella stessa fede che è la coerenza: «Alla fi­ne ci siamo intesi su un'apertura di dialogo per l'amnistia e per la giusti­zia. Non è poco». Ma quanti segnali aspetta Pannella per ricominciare a bere? «Segnali ne arrivano tanti. Ma ne basterebbe uno, quello giusto». Bersani? «Mi ha invitato a riprende­re a bere. Gli ho detto che è un Pon­zione Pilatino o forse un Ponzino Pi­latone, non ricordo». Fini? «È preoc­cupato per la mia salute ma non è d'accordo sull'amnistia. Gli ho ri­sposto che non mi sorprende dall'uomo che ha messo la sua firma sotto due leggi orribili, la Fini-Gio­vanardi sulla droga e la Bossi-Fini sugli immigrati. Gli ho detto che molto meglio di lui era Pino Ro­mualdi». Berlusconi? «Non esiste». Grillo? «Per l'Italia sono meglio i gril­lini o i pannellini?».

     Ogni tanto nella stanzetta della clinica si materializza una suora. Gli prende la pressione: 70 e 110. Poi una dottoressa gli fa l'elettrocardio­gramma. Sergio Rovasio e Matteo Angioli gli stanno accanto come gli angeli credenti della tradizione, quelli che assistono il guerriero nel momento del massimo sforzo. E uno fa il conto degli errori e l'altro fa l'elenco delle cose giuste, e per ogni cosa giusta vengono cancellati tre errori. E sono belli perché "Sergio il severo" si affretta a cercare la dol­cezza e "Matteo il buono" si premu­ra di dare rigore al trionfo. Pannella li tratta con amore ma non vuole so­lo l'aiuto fisico che entrambi gli of­frono, vuole il loro cervello: «Non li­mitatevi all'emozione, non accon­tentatevi del brivido». In questa stanza Pannella è come il Sacro Paz­zo che è figura della mistica. Solo a lui consentono di usurarsi, di smar­rirsi nella follia dei gesti che forse non hanno un senso oggi ma sicuramente lo avranno domani.

     Gli dico: non costringerci a farti da becchini, stai facendo impazzire i tuoi amici e stai accendendo l'astio di chi dice "Pannella ha rotto co `sti scioperi della fame". «Non lo dico­no, glielo fanno dire, fanno finta che l'eccesso e l'oltranza stiano nel di­giuno e non nella violazione della le­galità». E però, obietto, il tuo corpo in sciopero della fame è il medium che assorbe e oscura il messaggio: nessuno parla delle carceri ma tutti della vita di Pannella, e tu sai di es­sere un soggetto ideale per la prosa giornalistica ispirata al lirismo che è la prosa peggiore, perché tu così di­venti un mito, un santone, Pannella generoso, Pannella monumento, Pannella scandalo, "non lasciate morire Pannella", è un catechismo che offende la tua identità di laico. «Per la verità sono stato sempre san­tificato dai credenti, penso a Baget Bozzo e a Giorgio Spini. Ma hai ra­gione: mi trattano amorevolmente, prendono nota del mio peso e mi invitano a bere un sorso. E c'è una stra­na complicità tra me e il mondo che mi vuole nutrire a forza. Dò loro la forza che non hanno». Gli ricordo che qualche anno fa, durante un al­tro sciopero della fame, mi disse che la voglia di nutrirlo a forza gli ricor­dava l'idea di mandare Ofelia in un convento: «Per preservare la virtù del casato, per salvare la mia vita e il loro onore». Il punto è che «non sop­portano la mia fame e la mia sete e dunque quando tutti capiscono che io davvero rischio doverosamente e felicemente la vita, solo allora final­mente esplodono i grandi dibattiti che sempre uniscono e mai divido­no un Paese, come per il divorzio, come per l’aborto, come per la fame nel mondo ... Ora non vogliono che si parli di giustizia e di carceri».

       E però questa volta Pannella - mi raccontano - ha fatto piangere anche Emma che gli ha detto «stai superando i limiti». E allora hanno discusso del limite. Per chi la politi­ca la sente sul corpo, per chi la in­tende come fame e come sete, è una disputa che, prima o poi, deve per forza arrivare. Pannella dice che «bi­sogna rischiare anche la vita», da sempre la Bonino gli replica che «il non violento non è un fachiro». Questa volta mi riferiscono che Em­ma si è sentita male. Dico a Pannel­la che tanta preoccupazione non l'aveva accesa mai: «Per preoccu­parsi di meno bisogna occuparsi di più». Sul tavolo c'è una magnifica rosa rossa. È un regalo della signora Berenice Ambrosini Oriani, la mo­glie di un vecchio compagno di scuola: «Ti prego Marco desisti. Hai già vinto».

     Dico a Marco che se devo imma­ginare la sua morte, tra mille anni, la immagino così, mentre protesta per qualcosa. «Mille anni? Chissà come mi odierei». Ha le labbra screpolate, la lingua secca, non ce la fa a parla­re: «Ho bisogno di mezzora di silen­zio». E prima di congedarmi mi rac­conta dell'euforia da digiuno e mi mostra un libro "Digiuno Autofagia e Longevità". Pannella sostiene che lo sciopero della fame gli allunga la vita: «è un'arma di vita». Spegniamo la luce. Visto su quel lettino con il na­so e la bocca grande tutto pelle ossa e occhioni chiari e stralunati, con Mirella che gli accarezza le caviglie, Pannella sembra aver recuperato una fisicità da giovane Holden ad­dormentato. Mirella Parachini è la compagna di una vita, e come nei veri e grandi amori Mirella e Marco da una vita si prendono e si lasciano per evadere da chissà quali galere. Sicuramente mettono sotto i piedi la vecchiaia sia perché lei è sempli­cemente bella, e accanto a lui non poteva che starci una donna bella, sia perché, prosciugato sino a 72 chili, Pannella a 82 anni è l'utopia del mondo al contrario, di come sa­rebbe bello nascere vecchie comin­ciare piano piano a ringiovanire e di come sarebbe bello acquisire, anno dopo anno, il vigore della giovinez­za senza perdere l'esperienza della vecchiaia. Pannella, quel che resta di Pannella, è li che ringiovanisce, lì che si asciuga, è li che Pannella si spegne bambino.

 

 

Da Il fatto Quotidiano del 19 Dicembre 2012

 

MONTECITORIO, SEGRETO DI STATO

 

IMPOSSIBILE SAPERE CHI HA VINTO E A QUALE CIFRA GLI APPALTI PER RIFARE ALCUNE AULE DEI PALAZZI DELLA CAMERA: SONO COPERTI E "INCONOSCIBILI"

 

Di Thomas Mackinson

     C’è un pezzo di ca­sta che col prete­sto della "massi­ma sicurezza" si rifà bagno e salotto, lontano da occhi indiscreti. Tra gli appalti coperti da segreto di Stato, senza Iva e a chiamata diretta non pubblicizzata, non c'è solo il rifacimento dell'aula bunker di Poggioreale. Ci sono anche l'aula dei gruppi parlamentari della Camera ri­strutturata un anno fa per 1,3 milioni di euro, il rifacimento della biblioteca di Palazzo Chi­gi, la riqualifica­zione della sala benessere e la ri­strutturazione dei bagni per le scorte del Viminale. C'è perfino il rifacimento del bar e della sala ristoro per autisti del go­verno. Il tutto grazie anche a un codicillo che il governo Berlusconi ha inse­rito nella finanziaria due anni fa che amplia l'ambito della se­cretazione della normativa su­gli appalti pubblici (d.lgs. 16312006) e rimette le autoriz­zazioni in capo ai dirigenti mi­nisteriali. In pratica ogni bu­rocrate romano di peso può decidere di affidare personal­mente un maxi-appalto a im­prese di sua fiducia, evitando la gara e tenendo riservata l'e­sistenza stessa di un contratto, non dovendo pubblicizzare contenuti e condizioni, im­porti e aziende beneficiare. Praterie per chi volesse appro­fittarne, un colpo al cuore ai principi di legalità e trasparen­za.

      Da allora la corsa ai contratti "classificati" non si è più fer­mata, il loro numero è esploso arrivando a un valore di 200-250milioni di curo l'anno. Ogni ministero ne fa man bas­sa, in testa la Presidenza del Consiglio per la quale, scrive la Corte dei Conti, "la denomi­nazione stessa degli appalti è inconoscibile". Si sa però che ha fatto ricorso alla secretazio­ne per restaurare l'aula dei Gruppi parlamentari in via Campo Marzio. Un "regalo" che la Camera si concede per i 150 anni dell'unità d'Italia, a carico dei contribuenti per 1,3 milioni di euro. La nuova aula, inaugurata il 16 giugno 2011, sarà un gioiello di tecnologia con 286 postazioni attrezzate con i più avanzati impianti per il voto, una sala regia per le ri­prese, postazioni per interpre­ti e traduttori. Il punto però è la scarsa trasparenza che ac­compagna il rifacimento di questo (e altri) luoghi-simbolo della Repubblica e del potere.

I costi che aumentano

Nella cerimonia di riapertura il presidente della Camera Gianfranco Fini spiegava che la nuova aula "dovrà favorire una maggiore apertura delle istituzioni ai cittadini accrescendo la trasparenza e le vi­sibilità dell'attività parlamen­tare". Un manifesto dei buoni propositi piantato nella sab­bia, visto che gli appalti per l'auletta in questione erano stati secretati. Chi li ha vinti e perché, non è dato sapere. Il governo ha usato la stessa pro­cedura per ristrutturare la "bi­blioteca chiagiana" realizzata dall'architetto Contini e per­fino il bar e il punto ristoro della sala autisti della Presi­denza del Consiglio. E non è l'unico, il Viminale ha fatto ri­corso ad appalti classificati per rifare i bagni e la sala benessere del reparto scorte a Villa Te­vere. Guai, insomma, a ficcare il naso nel bagno degli autisti. Ma che ci sarà poi di così se­greto? Forse il fatto che l'ap­palto che inizialmente doveva costare 284mila euro alla fine è stato aggiudicato per 406.315, nonostante un ribasso dichia­rato del 20%.

     Sulla secretazione aleggia da tempo un sospetto: che abbia poco a che fare con la sicurez­za dello Stato e molto con la possibilità di liberare la com­mittenza pubblica dai lacci delle norme e dai controlli. La Corte dei Conti, del resto, ri­leva un'anomala lievitazione dei costi "frutto di perizie di variante, quasi sempre in au­mento, che inducono a con­siderazioni negative in ordine alla corretta individuazione dei fattori di costo". Si dirà che è tipico dei contratti pubblici. Ma la secretazione amplia i margini di manovra in fase d'assegnazione e riduce le in­formazioni disponibili in fase di controllo: per i magistrati contabili "permangono criti­cità sulla possibilità di cono­scere in maniera precisa le di­mensioni del fenomeno e l'u­tilizzazione degli strumenti di segretazione nei casi stretta­mente necessari". Spesso l'au­mento degli importi finali è superiore al massimo consen­tito del 5%. E non sono bru­scolini.

Carceri e Finanza

Nel 2005, ad esempio, parte la mega ristrutturazione del Co­mando provinciale della Gdf di Como, lavori per 11,8 mi­lioni di euro. L'impresa che ha vinto l'appalto, ovviamente schermata, fa rilevare che "a seguito di prove geotecniche è indispensabile procedere a nuovi interventi di sistema­zione delle fondazioni" e scat­ta una commessa aggiuntiva per 1,5 milioni. Tutto corret­to? Impossibile saperlo, il Co­mando Generale dal 2003 ha blindato ogni lavoro al suo in­terno, ricorrendo alla secreta­zione. E ancora. Nel 2010 il provveditorato ai Lavori Pub­blici dell'Emilia Romagna as­segna un appalto classificato per il "ricovero attrezzi agri­coli e laboratorio per il miele" nella casa circondariale di Mo­dena. Nel 2011 ne stipula un secondo per "sopraggiunte necessità di adeguamento fun­zionale" al primo progetto. L'importo lievita di 50mila cu­ro, il conto finale sarà di 428mila euro. Congruo, non congruo? Impossibile dirlo, la pratica è secretata trattandosi di un carcere. Peccato che - fa rilevare la Corte dei Conti - nella documentazione tra­smessa non ci sia traccia del verbale di lecitazione e "nel decreto dì approvazione si parli genericamente di requi­siti di idoneità della ditta ag­giudicatrice". Di più non si sa. E un segreto di Stato.

 

 

Dal Corriere della Sera del 19 Dicembre 2012

 

Nuovo caso Coinvolto anche Lucchina, il numero uno dell'assessorato regionale, già sotto accusa con Formigoni nel filone Maugeri

 

«Lombardia, tangenti le cliniche»

 

Indagato il presidente pdl della commissione Sanità del Senato. «Chiarirò tutto»

 

Di C. Del.

      La ristrutturazione della villa del senatore, l'ufficio per il senatore, lo stipendio della segretaria del senatore: per ottenere dalla Regione Lombardia l'ok a far funzionare una clinica privata i fratelli Sandro e Antonello Polita hanno dovuto mettere più e più volte mano al libretto degli assegni e comprare favori non dovuti. Il destinatario del denaro sarebbe stato Antonio Tomassini, a Palazzo Madama dal '96 per il Pdl e presidente della commissione Sanità. I due imprenditori, stanchi di pagare per ritrovarsi per giunta travolti da un'inchiesta per bancarotta hanno messo nero su bianco le loro traversie in una denuncia alla Procura della Repubblica e ora la politica lombarda è alle prese con un nuovo «botto».

      Millantatori o «castigamatti» dell'intreccio proibito tra affari e cosa pubblica? Lo si capirà presto visto che con la loro confessione i fratelli hanno dato l'ennesima spallata alla credibilità del Pirellone e del «fiore all'occhiello» della Lombardia, la sanità: ieri mattina il pm di Varese Agostino Abate ha disposto una serie di perquisizioni, contestuali all'iscrizione al registro degli indagati per corruzione e concussione di una serie di nomi. I primi sono quelli dei due «ufficiali pagatori», Sandro e Antonello Polita, entrambi di Cunardo (Varese); poi quello del loro referente politico Antonio Tomassini e infine di Carlo Lucchina, numero uno dell'assessorato alla Sanità lombardo e, nel disegno accusatorio, destinatario finale di parte del denaro. La Guardia di finanza ieri mattina ha visitato le sedi delle società dei Polita, gli uffici del parlamentare e quelli di Lucchina al Pirellone; il dirigente, come è noto, è già indagato anche nell'inchiesta sulla clinica Maugeri assieme al governatore Roberto Formigoni e i faccendieri Pierangelo Daccò e Antonio Simone. Stavolta il fulcro delle indagini è una piccola clinica privata di Varese, La Quiete, rilevata nel 2007 dai Polita attraverso una loro società, la Ansafin. L'avventura nella sanità dei fratelli, provenienti dal mondo delle costruzioni e degli appalti pubblici, dura pochissimo perché la Procura di Varese contesta ben presto alla Quiete una serie di reati finanziari e fiscali che ne determinano il crac.

       Accusati di bancarotta i due titolari denunciano anche Abate (ma il fascicolo è stato archiviato pochi giorni fa). Da qui la mossa a sorpresa: da indagati i proprietari della Quiete (nel frattempo già passata di mano) diventano accusatori e bussano alla porta del pm milanese Alfredo Robledo, ottenendo ascolto. In quegli atti giudiziari sono elencati (con tanto di documenti allegati) i pagamenti di denaro a Tomassini, che si proponeva come l'uomo in grado di sbloccare le decisioni della Regione Lombardia e di Lucchina. In gioco c'erano l'accreditamento di posti letto e prestazioni specialistiche alla Quiete. Le tangenti sotto varie forme (denaro contante, finanziamenti, lavori edilizi e anche l'assunzione della segretaria di Tomassini alla Quiete) avrebbero superato nell'arco di quattro anni i 600 mila euro. Per competenza territoriale, il pm Robledo ha rimandato gli atti a Varese da cui ieri sono partite le perquisizioni. L'inchiesta non riguarda solo la clinica dei Polita: verifiche sono partite su un'altra struttura privata del Varesotto, la «Miralago» di Cuasso al Monte, accreditata in Regione per la cura dei disturbi alimentari. Stringata la reazione di Tomassini: «Attendo con fiducia di essere ascoltato al più presto dalla magistratura per chiarire la mia posizione e dimostrare la mia estraneità».

 

 

I VERBALI

 

«Tutta la Seconda Repubblica

veniva qui a battere cassa»

 

Bertolaso ci bloccò l'hotel, intervenne il senatore

La mazzetta data nella sua Jaguar

 

Di Claudio Del Frate

     VARESE - «Venivano tutti qui a battere cassa, nella Prima e nella Seconda Repubblica. All'inizio tutto quel che chiedevo di fare era proibito. Ma una volta incassati i denari, guarda un po', la politica cambiava idea...» è una furia, al telefono, Sandro Polita, l'imprenditore che con le sue denunce ha innescato l'ennesima inchiesta lombarda sulla malapolitica. Ha 51 anni, Polita, ma è un uomo che viene da lontano: si scottò già le mani ai tempi di Mani Pulite, venne arrestato nel '93 per qualche elargizione proibita alla Dc ma se la cavò. Ma oggi come allora non ha cambiato il suo modus operandi, secondo il quale affari e patti di ferro con la politica vanno di pari passo. Per dirla alla francese, Polita ha sempre pagato mazzette. «Eh certo, perché se vuoi lavorare devi passare alla cassa. Ma adesso sono deciso a dire tutto quello che so sugli ultimi 15 anni. E soprattutto a dimostrare che non sono un bancarottiere come mi vogliono dipingere...».

       Per intanto parlano in sua vece le 53 pagine di atti che dalla scrivania milanese del pm Robledo sono passate a quella varesina del pm Abate, titolare dell'inchiesta portata a galla dalle perquisizioni di ieri. «Ci siamo rivolti a Milano perché in 14 mesi di indagine non siamo mai riusciti a farci interrogare» racconta Polita nelle prime righe.

      Benché le indagini siano al momento concentrate sul business della sanità, la denuncia dell'imprenditore parte da tutt'altro, da un albergo che la sua società realizzò nel 2008 in occasione dei Mondiali di ciclismo a Varese. «Ho frequentato assiduamente il senatore Tomassini a partire dal 2007 in occasione della presentazione del progetto per l'hotel Capolago». L'area individuata per realizzare l'opera non è edificabile; è necessario inserirla dunque nel piano di quelle necessarie ai Mondiali di ciclismo, piano per il quale il governo nomina commissario Guido Bertolaso.

     «L'iniziativa incontrò due ostacoli, - scrive Polita - la Lega Nord voleva un progetto che attraverso palafitte e altre oscenità rappresentasse la cultura celtica; Cl lamentava che non avrei affidato lavori ad aziende a loro riferibili». La mazzata sembra arrivare il 23 agosto 2007 quando Bertolaso boccia il progetto. «Ma il senatore Tomassini che conosceva la vicenda si propose per risolvere il problema: ci riferì che avrebbe parlato con Bertolaso e si propose come interlocutore. Affinché il progetto potesse essere valutato... il senatore ci chiese una dazione di denaro: ci dimostrò la sua confidenza con Bertolaso facendolo cercare telefonicamente dalla "batteria" davanti a me e a mio fratello per fissare un appuntamento con lui».

     Polita si reca più volte a Roma, incontra dirigenti della Protezione civile e il contestato albergo ottiene l'ok. «Era di tutta evidenza per noi che senza l'intervento del senatore Tomassini su Bertolaso non avremmo mai visti riconosciuti i nostri diritti, pertanto non avevamo altra scelta che aderire alla richiesta di denaro. Fu così che venne consegnata una prima tranche di 50 mila euro». La consegna avviene a Milano, all'interno della Jaguar del parlamentare. «Ma altre dazioni seguirono, per complessivi 100 mila euro. Inoltre il senatore ci chiese di fornirgli gratuitamente all'interno dell'hotel due servizi: un ufficio dove ricevere i suoi interlocutori; prestazioni gratuite, circa 30 camere per suoi amici in occasione di una manifestazione di trekking».

     Nella seconda parte degli atti raccolti da Robledo si affronta il nodo della sanità. «Dopo aver acquistato la clinica La Quiete - racconta ancora Polita - Tomassini ci organizzò un incontro con Carlo Lucchina, direttore generale dell'assessorato alla Sanità. In quell'incontro durato 15 minuti Lucchina ci disse che gli accrediti dei posti letto erano bloccati ma che tra le pieghe della legge qualcosa si sarebbe potuto trovare; precisò inoltre: "voi seguite Tomassini, al resto ci penso io"... il sospetto che non avremmo potuto fare a meno dell'intromissione della politica ci venne molto forte. Ciò ci divenne chiaro quando il senatore ci chiese di "contrattualizzare" la sua segretaria, Giovanna Ferrario... che avrebbe gestito i rapporti con Lucchina».

     Il contratto parte il 29 settembre 2009, ha durata di tre anni, prevede duemila euro al mese. In seguito giunge anche la richiesta di compiere lavori di ristrutturazione nella villa del parlamentare a Varese: «Quale primo acconto gli venne consegnato un assegno di 25 mila euro intestato a un artigiano a noi sconosciuto». Ennesimo episodio raccontato ai magistrati è l'acquisto di un macchinario diagnostico da una precisa società, la Esaote spa «nonostante lo stesso fosse venduto dalla Philips a 400 mila euro in meno». «La richiesta avvenne a casa di Tomassini e in quell'occasione Lucchina mi impose l'acquisto». Segue la consegna di un'ulteriore busta con 30 mila euro in occasione di una cena al ristorante «Venanzio» di Induno Olona: «Uscimmo in giardino a fumare, consegnai la busta a Tomassini, Lucchina assistette alla scena e non disse nulla. Era chiaro che i due erano d'accordo, inoltre è noto che Lucchina non è facile a frequentazioni riservate con gli imprenditori».

 

 

Da La Repubblica Roma del 19 Dicembre 2012

 

Porchetta, souvenir e borse tra le bancarelle di Natale

Ecco il suk piazza Navona

 

Dossier in procura: postazioni fuorilegge e niente decoro

 

Di Laura Serloni

     PIÙ bancarelle di souvenir, profumi, sciarpe, cappelli, cinte, borse, cuscini e porchetta che di giocattoli e addob­bi natalizi. Alla festa della Befana, a piazza Navona, di tradizionale è rimasto poco. O, meglio, le re­gole prescritte nel bando del 2002 non vengono rispettate. E l'antico stadio di Domiziano, con le festività, si trasforma in un suk: la maggior parte dei banchi è difforme dalle norme imposte; dovrebbero essere 30 gli stand che vendono giochi per bambini, invece sono appena 18 e ben 26 postazioni sono fuorilegge come quelle che espongono conchi­glie, bigiotteria, tazze, porta foto, profumi, piante, oggetti etnici e, addirittura, maglie del Perù. So­no i dati contenuti nel dossier sulla festa della Befana che la consigliera del Municipio I, Nathalie Naim, ha confezionato ad hoc per consegnarlo in Procu­ra. Ed è pronta a portare le carte in Europa per chiedere di aprire una procedura d'infrazione poi­ché «le norme che l'Ue aveva imposto non sarebbero state rece­pite dalla conferenza Stato-Re­gioni», spiega la "verde" del pri­mo parlamentino. In particola­re: sarebbe stato accettato il cri­terio di anzianità, in barba alla libera concorrenza e sarebbe sta­ta inserita una norma transitoria che rinnovale concessioni fino al 2017 senza fare alcun bando.

     Ogni anno sono circa 200 i ver­bali elevati dai vigili, ma non avrebbero l'effetto sperato per­ché «a questi non seguono i prov­vedimenti di sospensione e revo­ca degli uffici municipali - con­tinua Naim - e così la giungla di piazza Navona continua». Dal dossier emerge che sono molte le prescrizioni violate. Pochissimi installano il "banco tipo", senza il quale c'è la revoca dell'autoriz­zazione. Il bando, poi, prevede che devono essere rispettate, sempre pena la revoca immedia­ta, anche la tipologia merceolo­gica prescritta e la superficie concessa ma «dai sopralluoghi effettuatisi evince che molti ven­dono prodotti diversi da quelli prefissati - commenta la consi­gliera - E malgrado la presenza fissa di una camionetta di vigili, la maggior parte dei banchi occupa molto più di quanto autorizzato alcuni con delle pensiline di qua­si 5 metri riempite di merci appe­se». La distanza di 12 metri dalle fontane monumentali non viene proprio presa in considerazione né rispettata, ma viene anche in­vasa abusivamente la carreggia­ta impedendo l'accesso ai mezzi di soccorso. Vige il divieto asso­luto, nei giorni della festa, di po­sizionare nelle vie laterali tavoli­ni, altre bancarelle e caldarro­stai: le prescrizioni del bando an­che in questo caso vengono to­talmente disattese. «Le 132 po­stazioni della fiera che occupano per ben 2 mesi la piazza appaio­no in totale contrasto con le leggi di tutela dei Beniculturali – conclude Naim – E formano un mu­ro che impedisce la visuale della piazza».

 

 

 

 

 

  

GIUGNOLUGLIO - AGOSTO - SETTEMBRE - OTTOBRE

 

 

 

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